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#FACCIAMOCICOMPAGNIA – GIORNO 57

Buongiorno!!! Oggi  la mostra virtuale è una strepitosa mostra fotografica dal titolo “Non trovo le parole” di Alessia Pistoresi, una talentuosa ventitreenne. Prosegue la storia di Julia e  del nostro amico Argo, grazie alla penna di Valentina Brasca e in attesa di ricette di chi sa cucinare sul serio, vi propongo un’ altra salvapranzo!

Buon divertimento e…continuiamo a farci compagnia!!!


CACCIA AL SIMBOLO

DEL PROF. RICCARDO SPINELLI

Informazioni sul quadro di ieri: “La riunione di Amore e Psiche Jean-Pierre Saint-Ours

Quesito di oggi dell’opera sottostante: “Raccontateci voi la scena”

rispondete numerosi….

e divertitevi con i commenti di ieri….

 


BUON APPETITO PIATTO PULITO
DI MONIA TUCCI
PASTA GAMBERETTI E ZUCCHINE
Altra ricettina semplice e veloce ma molto piacevole.
Nel mio ricordo è legata ad un periodo in cui facevo la sostituta baby sitter e talvolta mi veniva chiesto di cucinare (a me che e non sapevo fare niente!!!)Fortunatamente la mia amica del cuore, Sonia Gobbi, mi aveva insegnato a preparare questa… che era diventata,all’epoca, il mio cavallo di battaglia. Non ricordo la versione originale, adesso la preparo così
Ingredienti 3 persone
  • 1 zucchina
  • mezza cipolla
  • 300 gr gamberetti
  • brodo di pesce
  • mezzo bicchiere di vino
  • peperoncino
  • olio
Far soffriggere la cipolla con il peperoncino, aggiungendo le zucchine e i gamberetti, sfumare con il vino e aggiungere un pizzico di brodo in polvere, all’occorrenza un pò di acqua se non fossero ancora cotti i gamberetti e le zucchine.
Buon appetito… piatto pulito

MOSTRA VIRTUALE “Non trovo le parole”
DI ALESSIA PISTORESI
 Quando Monia mi ha chiesto di scrivere un titolo per la mia mostra ho iniziato a scriverne mille, mi sono buttata anche sulla filosofia Kantiana, non volevo un titolo banale …volevo una frase d’impatto che facesse capire che cerco di catturare Firenze vista con i miei occhi: trovo il bello nei piccoli dettagli, mi piace guardare le cose con una prospettiva diversa, oppure fotografare soggetti che vedo tutti i giorni, e nonostante li veda tutti i giorni da 23 anni, rimango sempre affascinata come se fosse la prima volta..
Non trovo le parole rappresenta un pò la mia “confusione mentale” perchè davvero..non le trovo..non cel’ho…


RACCONTI E ROMANZI
UOMINI E KUOMI – Capitolo V
DI VALENTINA BRASCA

CAPITOLO QUINTO

Quando tu guarderai il cielo, la notte, visto che io abiterò in una di esse,

visto che io riderò in una di esse, allora sarà per te come se tutte le stelle ridessero.

Tu avrai, tu solo, delle stelle che sanno ridere!

E quando ti sarai consolato (ci si consola sempre), sarai contento di avermi conosciuto.

Sarai sempre il mio amico. Avrai voglia di ridere con me.

E aprirai a volte la finestra, così, per il piacere…

E i tuoi amici saranno stupiti di vederti ridere guardando il cielo.

Allora tu dirai: “Sì, le stelle mi fanno sempre ridere!” e ti crederanno pazzo.”

Il Piccolo Principe

I

Gianni fece sedere Mary a gambe incrociate nel mezzo della grande sala multimediale e le chiese di chiudere gli occhi. Rocco si distese davanti a lei, che gli posò una mano sulla testa bianca, estesa esattamente come lo spazio compreso tra un ginocchio e l’altro. Tutto si spense. Schermi, computer, luci. Fu Buio.

Passarono respiri, sbadigli, colpi di tosse e il buio cominciò ad illuminarsi. I Kuomi videro Orlando avvicinarsi a Mary e a Rocco. Poi Orlando posò la sua mano sulla testa di Rocco e si rivolse a Mary.

Descrivici l’abito dei tuoi sogni” .

Tutti restarono in ascolto.

Mary cominciò.

Mia mamma era bellissima quando la mattina scendevo in cucina per fare colazione. Aveva una camicia da notte bianca lunga fino ai piedi, con del pizzo sul petto e in fondo alle maniche. Aveva i capelli neri sciolti, lunghissimi. Mi abbracciava e mi baciava sulla fronte. Profumava dei churros che friggeva ogni mattina. Era bella la mia mamma, anche la mattina che l’ho trovata distesa a terra. Le sono andata vicino e l’ho chiamata, ma non mi ha risposto. Avevo quattro anni e da quel giorno cominciai ad andare in cerca di resti di churros per strada. È così che ho conosciuto i cani, cercando e dividendoci pezzi di churros. Vorrei una camicia da notte come quella di mia mamma, ma proprio uguale, con i pizzi in fondo alle maniche e sul petto. E che profumi di churros”. Poi si strinse le braccia al collo in un abbraccio e aggiunse “ Poi vorrei i suoi capelli lunghi e lisci”. Uno schermo si accese alle sue spalle e una penna digitale cominciò un disegno. Dei girigogoli piccoli crebbero lentamente, rivelandosi i merletti di un collo di una camicia bianca allacciato con un nastro che formava un fiocco. Poi la penna disegnò le spalle e rallentò di nuovo nella riproduzione di fiori di pizzo. Mary era rimasta ad occhi chiusi e il ricordo della camicia da notte di sua mamma fluiva verso la penna che la disegnava, cucendone i bottoni, bordando il pizzo, delineando le maniche svasate in fondo e ornate da un bordo bucherellato dove si inseriva un piccolo nastro per chiuderle. Poi i Kuomi videro Tin digitare qualcosa sul cellulare e Mary sparì insieme a Rocco. Ricomparve sullo schermo a cavallo del suo cane, bianca anche lei nella sua nuova camicia da notte, abbracciata da lunghi capelli neri e lisci che ricadevano dolcemente sui fianchi di Rocco. Poi Mary scese dal suo destriero e iniziò a ballare. Il suo sguardo ballava insieme a lei e quello dei Kuomi insieme al suo. La fissità di quelle pupille silenziose era stata smossa e Mary guardava libera il fluttuare della sua camicia e dei suoi morbidi capelli. Pochi passi di danza ,poi si fermò. E sorrise.

È bello ballare e potersi fermare quando si desidera. Nella galleria avevo un dolore fortissimo ai piedi e dovevo continuare”

Poi si rivolse a Rocco

Non mi sembri neanche tu! Sei una meraviglia!”

Lo era davvero, bianco e soffice come la neve appena caduta. Dalla punta della sua coda, arricciolata sopra il fondo schiena, cadevano lenti fiocchi di neve, che rinnovavano momento dopo momento la sua bellezza.

II

Antonio, adesso tocca a te! Lo so che da tanto tempo avresti desiderato vedere Mary così, una principessa bianca bellissima. Come so che il tuo cuore batte più forte al pensiero che tutti possano guardare Rocco con lo stesso stupore con cui si può guardare un unicorno. Nessuno vi ha mai guardato così per strada, persino Julia ha dovuto vincere delle resistenze quando vi ha incontrato. E tu, come sarai nel nostro gioco?” chiese Gianni ad Antonio che era piantato al suolo a gambe divaricate e a testa alta proiettato altrove. Al richiamo di Gianni fece alcuni passi avanti ed andò a sedersi dove era seduta Mary prima di scomparire.

Ho sempre desiderato un giubbotto di pelle nero, di quelli belli come aveva Fonzie. Poi un paio di jeans Levis, anche usati va bene, tanto sono più belli. E poi vorrei un bel paio di scarpe Nike, tutte bianche come la camicia di Mary. Sarò troppo bullo?” e aprì gli occhi per guardare Gianni cercando il perdono.

Ciascuno sceglie ciò che gli piace. Nel tunnel, e nel nostro videogioco, non ci sono bulli, né fighi, né modelle, né moda, né fuori moda. Ci sono Kuomi” rispose Gianni. E la penna cominciò il suo disegno su un altro schermo. Il completo desiderato da Antonio presto fu pronto e anche lui scomparve con il suo cane grazie all’intervento di Tin. Ricomparve sullo schermo nelle vesti del suo personaggio, a gambe divaricate e testa alta, con l’aggiunta di una pettinatura all’indietro sostenuta da una buona dose di gel digitale e di un sorriso che sfondava lo schermo. Anche il suo cane lo guardava sorridendo, impettito e fiero del proprio pelo tirato a lucido come quello del suo compagno umano.

Poi fu la volta di Alì e Tano.

Desidero un abito da guardia forestale. Mi piace stare con cani, mi piaceva stare con animali in Africa. Vorrei essere guida e aiuto per loro e per foreste di tutto il mondo. Mi piacciono tanto quei cani da soccorso e vorrei che Tano diventasse uno di loro” .

La penna disegnò di nuovo. Alì comparve sullo schermo nella veste che aveva desiderato, al fianco di Tano, che indossava una pettorina con scritto “salvataggio”.

Poi Gianni chiamò Edward, che scricchiolando avanzò seguito da Devil e tenendo il braccio teso all’indietro con il pugno chiuso come a tenere qualcosa.

Porti anche il tuo cane immaginario?” chiese Gianni.

Si. Al bambino che passeggiava con lui sarebbe piaciuto questo gioco. Mi piace pensare che sia ancora qui” .

Edward si sedette, accarezzando la ferita di Devil distesa al suo fianco. Poi iniziò a descrivere il suo abito.

Porterò una giacca fatta di strati di sacchetti di plastica, per salvare il mare e i suoi abitanti. I miei capelli avranno il rumore delle onde quando il mare è mosso e ci ricorda la sua potenza e l’importanza della sua alleanza. Avrò i pantaloni fatti di carta di giornali, che parano il vento, ma rumoreggiando sotto il suo soffio manteranno vivo il ricordo di ciò che vi ho letto e forte la consapevolezza che non sto distruggendo nessuna foresta, solo per avere un paio di pantaloni nuovi in cotone che non parlano di niente. Non porterò scarpe perché il contatto con il suolo acuirà i miei sensi e rafforzerà il mio spirito, perché mi renderà consapevole che anch’io faccio parte della terra che alimenta i fili d’erba, della neve che la disseta in silenzio, del sasso che fa da letto al fiume, del ghiaccio che offre riparo agli orsi bianchi e impedisce alle nostre città sul mare di essere sommerse, offrendoci acqua quando ne abbiamo bisogno arsi dal sole. Porterò al collo tante paia di occhiali diversi, per ricordarmi che tutto va guardato da tanti punti di vista. Avrò un occhio bendato, come i pirati, perché sarà l’occhio per guardarmi dentro e vedere ogni istante chi sono e chi sto diventando”. E ancora la penna disegnò. Edward apparve sullo schermo con la sua giacca brillante di riflessi colorati che ricordavano la pelle del serpente. Sul pelo tigrato di Devil spiccavano cicatrici rosso fuoco .

E tu, Fatima, grande bambina, come apparirai nel nostro gioco?” chiese Gianni.

Fatima avanzò accompagnata dalla sua Nur.

Io porterò lungo vestito azzurro, come il colore del cielo quando è limpido sopra tutta la terra. Mio vestito avrà maniche lunghe e senza scollo, come chiede mia religione. Intorno alla testa porterò un velo bianco che cadrà lungo fino a terra come il velo di una sposa. Un po’ d’oro lo illuminerà, perché la luce della conoscenza possa viaggiare con me”.

Tin fece le sue solite mosse e Fatima apparve splendente dietro i segni della penna che la avvolse in un abito principesco, lasciando scivolare il velo sopra la schiena scura di Nur, illuminata da pagliuzze dorate sparse lungo tutto il suo lucido manto nero come l’ebano. Alì ebbe un sussulto e pensò che non aveva mai visto dei capelli tanto meravigliosi quanto quelli nascosti sotto il velo di quella giovanissima Kuomo.

III

Sono tanti anni che lavoriamo a questo progetto, tanti anni che lavoro come portiere” cominciò Ernesto quando fu il suo turno “e adesso vorrei essere vestito da surfista, perché ho voglia di vacanze. Immagino di solcare le onde di mari tropicali, libero da pensieri e compiti. Vorrei dei pantaloncini con disegni hawayani, un paio di occhiali da sole neri, un grande bicchiere con cannuccia al collo e un cappello di paglia. Vorrei sentirmi tanto leggero da non dover neanche far la fatica di camminare. Per questo mi piacerebbe che Spike rimanesse così grande, per poterlo cavalcare. Lui, vivace Jack Russell felice di trasportarmi con il suo naso e le sue gambette irrequiete, io pigro portiere in vacanza a sorseggiare succo d’ananas col cappello calato sugli occhi e una barzelletta per ogni occasione. Che ne dici Spike?” e schioccò un bacio sulla testona del suo fedele amico.

La penna iniziò a disegnare un mare, poi un’onda, poi un’altra e poi, lontano lontano, un Jack Russell che le solcava felice portando sulla groppa un omino grasso col cappello di paglia, i pantaloni hawayani e gli occhiali da sole. Il rumore del mare invase la stanza sotterranea, come un’ondata di nuova vita. Poi Ernesto chiamò Julia.

Vieni piccola, vieni a giocare leggera con le onde!”

Julia lo osservava ridendo.

Bene, mi pare che a questo punto tocchi a me. Andiamo Argo!” e fecero il primo passo contemporaneamente. Si sedettero uno accanto all’altro e Julia iniziò a raccontare.

Ho iniziato la ricerca del mio cane giudicandomi piccola, fragile e timorosa. Gli attacchi di panico mi sferzavano ed io tiravo fuori la corazza di un rinoceronte per respingerne i colpi. Pensavo di dover vivere una guerra in cui c’ erano vinti e vincitori e mi sentivo vincitrice quando ero armata e con la divisa. Mi è venuto incontro un mezzo lupo e ho dovuto andargli incontro spogliata di tutto. Ho avuto paura di lui e paura di me. Ho visto il mio piccolo corpo passeggiare e sedersi al suo fianco, ho visto la mia mente titubante e il mio cuore cambiare i suoi battiti incrociando il suo sguardo e il suo ringhio. Ho visto Julia arrivare fino qui, con lui, senza divisa. Per questo vorrei indossare un semplice bikini, per coprire solo quelle parti che la società ci vieta ancora di mostrare in pubblico. Nella fragilità del mio corpo è nascosta una grande forza e non sono state le divise a portarmi fin qua. I miei capelli sono e saranno sempre pieni di nodi, in parte puliti e profumati, in parte sporchi e puzzolenti, come puliti e sporchi sono i pensieri e come piena di nodi sciolti e da sciogliere scorre la vita. Mi è venuto incontro un ibrido, perché ibrida sono io stessa, indefinita e impura e per questo vorrei avere le ali di una farfalla che nasce splendida dalla trasformazione di un bruco. Sarò una fatina che celebra la fantasia, il gioco, la leggerezza, la gioia di vivere la vita posandosi sui fiori più belli, qui ed ora, come fosse l’ultimo giorno prima di morire. Porterò al collo un ciondolo fatto a forma di uovo, in ricordo di quella bambina che aveva capito una cosa semplice e dimenticata: c’è sempre qualcosa da covare e aiutare a schiudersi”.

Tin spippolò per l’ultima volta il suo telefonino.

La penna cominciò dalle ali. Disegnò due ali di un azzurro intenso che sfumava nel nero dei bordi e ne delineava i contorni. Le ali si muovevano dietro il tratto della penna, che sembrava divertirsi ad essere rincorsa da quel battito vitale. Disegnò loro due lunghe code gialle, che diffondevano lucciole sullo schermo e in tutta la grotta. Le lucciole non nascevano solo dalle ali, ma anche dai capelli, che la penna aveva disegnato opachi e arruffati come Julia aveva desiderato. Il suo corpo esile comparve sullo schermo, roseo come quello di un neonato, coperto soltanto da un bikini fiorito. Si muoveva nuotando in un mare di luce. Arrivata ai piedi, la penna risalì fino al collo e lo avvolse due volte prima di attaccare un piccolo uovo in fondo al cordone che aveva disegnato. Vicino all’uovo, più o meno della stessa grandezza, spiccava il tondo nero che era il naso di Argo. La penna seguì la sua coda alta e arricciolata, il suo corpo magro ma possente, le sue grandi zampe radicate nel terreno, e le lucciole stesero sopra il suo corpo una pelliccia dorata. Gli occhi ambrati e marcati di nero brillavano più dell’oro che circondava il muso e Julia, in costume e con due fragili ali di farfalla, sembrava ancora più piccola accanto a lui. Quando il disegno fu terminato, Argo sbadigliò e la sua bocca spalancata rivelò i denti lunghi e aguzzi, le armi che da sempre aveva posseduto e che mai aveva usato.

La luce delle lucciole e il riflesso del pelo dorato di Argo si riversarono nella grotta, lasciando apparire ogni minimo dettaglio di quel posto sotterraneo.

IV

Appesi al soffitto centinaia di pipistrelli rivelarono la loro presenza. Spiccarono il volo, librandosi in tortuose giravolte intorno ai Kuomi e ai loro cani, che erano riapparsi nella grotta con i loro nuovi costumi. Le pareti erano piene di lumache e di altri piccoli insetti che i Kuomi non avevano mai visto, magari senza un nome da sempre. La grotta si rivelò un concentrato di vita inaspettata. Poi Carcarodonto ululò a lungo tre volte consecutive e fu l’annuncio di una trasformazione. I pipistrelli, le lumache e gli insetti presero lentamente forme umane e migliaia di ragazzi e ragazze riempirono quel luogo luminoso.

A lungo io e Carcarodonto siamo andati in luoghi dimenticati. Un po’ grazie alla divisa da vigile, un po’ grazie al fascino del lupo, ci siamo intrufolati in luoghi di sofferenza, nei quali giravano droga, anoressia, violenza, disagio. Eravamo un vigile e un lupo in ascolto, con poche risposte, ma attenti ai segni, ai silenzi, alle domande. Questi ragazzi ci hanno seguito fin qua, decidendo di cambiare gioco, o meglio, di essere loro a decidere come e perché giocare”.

Tutti noi stiamo aspettando i nostri cani” intervenne un ragazzino minuto e senza barba, ma con la voce da uomo, “Siamo un po’ come questi animaletti in cui ci siamo trasformati, ritenuti brutti e dannosi, mentre in silenzio ci proteggono dalla fine del mondo. Molti di noi sono tatuati e siamo ritenuti sporchi. Per farci ascoltare, ascoltiamo musica in strada, ma resta sempre solo quella musica il luogo dove possiamo essere. Ci guardano male, ci puniscono, ci insegnano le buone maniere, ci pagano perché possiamo stordirci con droga, alcol, social e videogame. Gianni è stato nel nostro posto, Carcarodonto ha appoggiato la testa sulle nostre gambe e ci ha chiesto di accarezzarlo, immenso e potente senza mai abusare della sua forza. Siamo qui perché vogliamo provare la vita nel tunnel, trovare la vita, trovare il valore che abbiamo dentro noi stessi e diventare Kuomi”. Quando ebbe finito di parlare, una mandria di cani di ogni genere e misura invase la grotta. Annusando e scodinzolando, si intrufolarono tra i ragazzi.

Il gioco è iniziato” disse Gianni. E Carcarodonto ululò.

Argo, dallo schermo, non seppe trattenersi dal rispondere al richiamo.

V

Gianni, da dove vengono tutti questi cani?” chiese Fatima.

Li hanno portati questi ragazzi, liberandoli dai canili. Insieme hanno raggiunto la casa di Elisa e cacciato le Talpe che volevano portare via lei e i suoi animali. Purtroppo la gallina è morta, presa al collo da una Talpa che l’ha definita stupida e non ha visto la sua grandezza”.

Ma la gallina aveva avuto dei pulcini che, davanti all’uccisione della loro mamma, sono cresciuti improvvisamente, diventando enormi palle di piume cazzute” aggiunse un ragazzo.

Hanno mangiato tutte le Talpe come fossero bricioline di pane”.

Qualcuno di voi ha visto il Serpente per caso?” chiese allora Julia.

Il serpente? Quale serpente?” chiese una ragazzina dai capelli blu.

Il serpente del tunnel” spiegò Gianni.

C’è un serpente qua sotto? Avrebbe potuto trovare buon cibo venendoci incontro, dato che eravamo una miriade di insetti gustosi” continuò la ragazzina dai capelli blu.

Forse ha pensato che potevamo essergli più utili lasciandoci vivi” intervenne un altro ragazzo

Forse è andato in letargo o non mangia insetti” continuò un altro.

Forse qualcuno o qualcosa lo ha ucciso” suggerì una ragazza con i capelli corti.

O forse sentiva che fate parte della vita” intervenne Orlando.

Che vuol dire?” chiesero un ragazzo e gli occhi di tutti gli altri.

Vuol dire che è giunto il momento di imparare qualcosa al di là dei Professori e dei libri di scuola” continuò Orlando “I polli non sono fatti per nascere in gabbia e morire gonfiati sullo spiedo. Un pollo è un individuo, come ognuno di voi. E anche un pulcino può diventare enorme, se vuole”.

I ragazzi rimasero in silenzio mentre i cani li guardavano storcendo la testa.

Se non fosse per una questione di età, penserei che Orlando sia figlio di Elisa” pensò Julia.

Il serpente siete voi. Strisciando entrerete silenziosi nel mondo di sopra, quello dove eravate, giocherete con chi è là, davanti a uno schermo. Uscirete dallo schermo e porterete il gioco dei Kuomi nella loro stanza, poi nella loro strada e in tutta la loro vita. Seducendo con l’intelligenza, la bellezza e l’imprevedibilità del Serpente, che vi sono proprie. C’è bisogno della vostra magia e della vostra protezione”.

La nostra protezione?” chiese la ragazza dai capelli blu con gli occhi sbarrati più blu dei capelli.

Paura? Il serpente ha paura ed è fragile quanto voi. Ma lo sa”.

Noi siamo come il serpente che non conosciamo?”

Voi siete il serpente che dite di non conoscere. Ma il tunnel buio e gli occhi dei cani sono la partenza della vostra ricerca”.

E l’arrivo?’” chiese una vociona rauca dal fondo della grotta.

Non c’è. Ci sarà solo una grandissima rotonda, senza semafori e vigili urbani”. E Orlando sparì in uno schermo, tra le fronde degli alberi di un fitto bosco, trafitto da qualche audace raggio di sole.

VI

Martin non era andato a scuola quella mattina perché aveva la febbre. La mamma gli aveva dato una tachipirina prima di scappare a lavoro e ora si sentiva molto meglio. Sdraiato nel letto osservava la sua cameretta, le pareti bianchissime e spoglie, la scrivania lucida con il contenitore per le penne che le conteneva tutte, dominando quasi con fierezza il piano vuoto che si appoggiava allo schienale imbottito della sedia girevole. Poco più in là, il cassettone blu con le maniglie di corda che formavano nodi marinari. Alla mamma piaceva andare in barca a vela. Appoggiati sul cassettone erano pronti, impeccabilmente ripiegati, i vestiti che lei aveva preparato per lui la sera prima: pantaloni di velluto, camicia bianca e gilet. Il cellulare riposava sulla mensola di plexiglas illuminata da un esile faretto che la mamma diceva essere un pezzo di design. Martin proseguì oltre con lo sguardo e il giro si concluse sulla consolle porta computer, sopra la quale stava appeso uno schermo gigante. Quella era la sua postazione preferita. Possedeva tutti i più famosi videogiochi in circolazione. Lasciò che le sue pupille scorressero sui titoli di quei mondi fantastici e roteassero infine soddisfatte verso il fondo del letto, dove incontrarono il largo sorriso dello Stregatto, un enorme peluche che gli aveva regalato suo padre per Natale. Era già primavera e Martin non lo aveva ancora rivisto. Da tempo aveva lasciato la mamma e abitava con un’altra donna in un’altra casa. Ma lui aveva il suo sorriso stampato sul gattone a strisce. “Fa’ conto che sia io amore” gli aveva detto il babbo poggiandoglielo sulle braccia. Poi Martin sentì bussare alla porta e l’immagine di suo padre sparì di colpo, lasciando il posto solo allo Stregatto.

Entra pure Elisa!”

La maniglia si abbassò lentamente e la porta si aprì lasciando che si intrufolasse un vassoio su cui erano poggiati una tazza fumante e un piattino con dei biscotti.

Buongiorno Martin, come ti senti? Ti ho portato una tazza di tè e dei biscotti che ho fatto ieri sera” disse Elisa appoggiando il vassoio sulla scrivania e abbassandosi sul letto.

Nel mio paese si chiamano biscotti mangia male perché portano via la febbre e il malessere. Mia nonna ne faceva tantissimi e li conservava in dispensa. Non rimaneva mai senza. Maia ha detto di dirti che funzionano davvero e che devi mangiarli assolutamente. Stamani ne ha dato uno ad ognuno dei nostri cani perché mangiassero lo spavento che si sono presi ieri. E i biscotti lo hanno mangiato tutto”.

Si, li mangio volentieri i tuoi biscotti. Anche il tè ha effetti particolari?”

Il tè viene dal supermercato ed è un normalissimo tè. Però noi possiamo renderlo speciale”

Come, per esempio?”

Per esempio guardando il fumo che sale dalla tazza e chiedendosi dove va. Secondo te va dove vuole lui o si lascia trasportare dall’aria?”

Non saprei. Con la mamma non ce lo siamo mai chiesto. Forse da voi usa chiedersi queste cose. Ti manca l’Ucraina Elisa?”

No. Settimo è bravissimo e qualche volta mi fa camminare per le strade del mio paese attraverso il computer. Maia conosce tutti i posti dove sono cresciuta, anche se non c’è mai stata fisicamente”.

Elisa, ti piace fare la donna di servizio?”

Si. Non è molto importante quello che fai, ma come lo fai. Io, mentre pulisco o stiro o cucino, parlo con i cani, con gli insetti, con le pentole, con la polvere e con i bambini. Stavamo seguendo il fumo del tè e tu ti sei distratto”.

Ha appannato lo schermo. Voglio giocare alla play!” disse Martin finendo l’ultimo biscotto.

Elisa lo aiutò ad alzarsi e gli porse la vestaglia. Martin si sedette e prese il joistick in mano. Sullo schermo apparve lo stadio di Fifa. I manager discussero, le squadre si presentarono e poi la partita cominciò.

VII

La mamma di Martin era imbottigliata nel traffico, come ogni mattina. Nonostante sapesse che al prossimo giro di semaforo il suo Suv non sarebbe potuto avanzare più di dieci metri, appena le luci dei freni dell’auto davanti si spensero, pigiò sull’acceleratore come se si fosse trovata alla partenza della Formula Uno. Quando un metro di strada si liberava davanti al conducente che la precedeva, se questi lasciava passare più di un battito di ciglia prima di avanzare, accaparrandosi il dovuto spazio, il clacson del Suv rimbombava senza pietà nell’aria mattutina, facendo svegliare chi ancora poteva concedersi qualche ora di riposo. Poi lo smartphone fece uno squillo e, dopo il tocco di un polpastrello nascosto sotto un’unghia di un centimetro soffocata dallo smalto marrone cotto, la voce di Martin vibrò nell’abitacolo.

Mamma, un uomo vestito strano e un cane grande sono entrati in campo! Dovresti vederlo mamma, ha fatto un passaggio al cane e lui ha fatto goal, poi ha leccato la faccia del portiere e il suo padrone ha fatto una rovesciata passandomi la palla e ho fatto goal io e poi lo stadio si è aperto e ti ho vista sul viale. Sei in Viale Druso vero? Adesso ti seguo in groppa al cane, è bellissimo! “

Martin, passami Elisa, è lì con te vero?”

Buongiorno Signora, Martin fra poco sarà sul viale in groppa a Devil, una bellissima Pittbull tigrata. Stia attenta a come guida, sono in preda alla gioia e potrebbe essere pericoloso!”

Intanto davanti al cruscotto della mamma di Martin si era aperta una strada vuota, mentre un’ape traballante guidata da un omino con un cappello sorpassò il SUV. L’omino ringraziò e la mamma di Martin alzò la mano e sorrise. Poi avanzò lentamente, cercando Martin a cavallo di un cane. Lo trovò sotto il cavalcavia. Le auto si erano fermate e gli automobilisti salutavano e accarezzavano il pitbull, chiedendo a Martin come avesse trovato un cane così grande e così buono.

È entrato mentre giocavo a Fifa. Elisa ha detto che ne verranno altri. Ognuno di voi può incontrarne uno. Lui vi porterà fuori, in un gioco più bello, perché si gioca tutti insieme facendo le cose che dobbiamo fare: lavorare, andare a scuola, andare dal dottore, dal parrucchiere, dai parenti. Si gioca sempre” disse Martin al pubblico di autisti.

Mi sa che stamani arriviamo tutti tardi!” si pronunciò ridendo un signore in giacca e cravatta. Un abbaio potente attraversò il sottopassaggio e un grosso cane bianco apparve al suo ingresso. Dalla sua coda cadevano fiocchi di neve sull’asfalto, che si ammorbidiva lentamente.

Oggi nessuno arriverà in ritardo. Oggi giochiamo tutti con la neve, perché è bella e non sappiamo se e quando tornerà” disse una donnina vestita di bianco avvolta in lunghi capelli neri, apparsa dietro la coda del grande maremmano.

Martin scese da Devil e lanciò la prima pallata di neve. Le auto si svuotarono e si improvvisarono trincee anti – pallate.

In sottofondo si udirono ululati lunghissimi.

VIII

Julia era rimasta sola nel tunnel insieme ad Argo, Tin e Io. Tutti gli altri Kuomi avevano ormai raggiunto i diversi punti di partenza del gioco, sparsi sulla terra. Presto sarebbe uscita anche lei. Ma aveva chiesto a Gianni di poter restare ancora un po’ in quel luogo sotterraneo.

Sedeva al centro della grotta.

La luce delle lucciole si era affievolita fino a spegnersi. Quando i suoi occhi si furono riabituati all’oscurità, poté scorgere Tin seduto immobile davanti ad uno schermo. Fra non molti silenzi sarebbero saltati insieme in un luogo sconosciuto, luogo di ritorno e di partenza. Era curiosa, ma assaporava quel momento di ascolto del silenzio e del buio.

Una pesante goccia d’acqua le atterrò sulla testa, scivolando fino al naso. Ne seguì un’altra su un braccio e una su un ginocchio. Stava iniziando a piovere. Pochi battiti di ciglia di Argo e la pioggia si riversò a scroscio nella caverna. Le sue ali si afflosciarono sotto il peso dell’acqua. Sotto il pelo fradicio di Argo, non protetto dal grasso spuntò il suo scheletro longilineo.

Iniziava ad essere freddo. Tin dette un colpo di tosse. Forse era arrivato il momento di saltare.

Per qualche respiro i pensieri di Julia ritornarono al giorno in cui era andata a prendere Argo, alla strada tortuosa, alla pioggia insistente e accecante, all’impossibilità di tornare indietro e di chiedere aiuto. Sentì un sibilo, il ricordo di Panico. Si trovava in una situazione con molti elementi simili a quelli che avevano caratterizzato la strada verso Argo. Il suo cuore però questa volta non accelerò e non le tolse il respiro. Una mappa diversa la guidava nello spazio che la circondava. La paura della morte era scomparsa. Non avrebbe avuto tanta importanza la fine della sua vita, perché grazie ad Argo e al passaggio nel tunnel aveva vissuto quella che voleva e la morte l’avrebbe trovata pronta. E la morte non si presentò.

Posò lo sguardo sul cane di Tin e provò un brivido piacevolissimo di ossitocina mentre le sue labbra sorridenti sussurrarono il nome di Io e lei ebbe la viva sensazione di chiamare sé stessa accogliendosi scodinzolante tra le braccia.

Poi si rivolse ad Argo che, immobile sotto la pioggia, la guardava aspettando un segno.

Vieni, torniamo a casa” gli disse.

Insieme si avvicinarono a Tin. Julia aprì le braccia dietro la sua schiena e lo avvolse dolcemente racchiudendolo tra le ali leggere. Argo si appoggiò al corpo di Tin, che non si mosse, ma lasciò che il pelo dorato del cane riscaldasse il suo corpo bagnato. Gli occhi ambrati del mezzo lupo si rivolsero a quelli di Julia e videro la sua bocca aprirsi. Le orecchie dorate e storte si sollevarono leggermente e sentirono il richiamo alla partenza.

Siamo pronti per saltare Tin!”.

E Tin pigiò.

IX

Si ritrovarono catapultati in un paesaggio che ricordò a Julia la Monument Valley in Arizona, dove era stata in vacanza un tempo. Julia istintivamente balzò sopra ad Argo e scrutò l’orizzonte come un cow boy.

C’è del fumo da quella parte. Potrebbe trattarsi di un accampamento indiano!”

Un accampamento indiano” ripetè Tin.

Dove ti piacerebbe andare Tin?”

Tu adesso deve mangiare e anche Io”

Non siamo più nel tunnel, Tin. Qui dovremo cacciare se abbiamo fame. Cacceremo un bisonte, ce ne sarà per noi e per i cani. Non dovremo sprecare nulla, Tin, come fanno gli Indiani d’America. Cacciare e preparare il bisonte richiederà molto tempo” continuò Julia colpendo leggermente con i talloni i fianchi di Argo, che cominciò ad avanzare.

Il tempo per osservare, per ascoltare e domandare, il tempo che avevamo nel tunnel, il tempo dei passi e dei respiri. Proviamo ad incamminarci e vediamo cosa succede”.

Vediamo cosa succede” ripeté Tin senza stupore.

Fecero diversi passi tra le colline rosse, poi udirono uno zoccolio di cavalli farsi sempre furiosamente più vicino. Tin si tappò le orecchie e iniziò a dondolare il busto avanti e indietro. Argo abbaiò e Io lo imitò.

Cowboys!” esclamò Julia.

Quando gli furono di fronte, i cowboys si fermarono. Spararono due colpi in aria e agitarono le braccia. Tin guardò in basso, poi tolse le mani dalle orecchie e le portò ai lati della bocca. Inspirò profondamente e buttò fuori l’aria in un ruggito che risuonò nella valle e fece tremare lo schermo della play station di Roberto e Paolo. Perfino Argo mise la coda tra le gambe e iniziò a leccarsi il naso. I cowboys dondolavano la testa a destra e sinistra come inebetiti. Improvvisamente, Julia avvertì una spinta dietro la schiena, qualcuno la stava muovendo. Nella sua testa avvertì delle parole.

Io voglio essere questa farfalla a cavallo del cane, guarda dietro ha anche lei una coda di cane!”

Io prendo il ragazzino, cacchio con quel ruggito non ci ferma più nessuno!”.

Non sono una farfalla, ragazzi. Sono un Kuomo, e anche Tin lo è” disse Julia. Roberto e Paolo risposero.

Cos’è un Kuomo?”

La strada è lunga per fortuna. Ascoltate il mio racconto e scoprirete cos’è un Kuomo”.

Molti passi passarono nella valle, sospinti dai dialoghi tra Julia, Roberto e Paolo. Tin ripeteva le loro frasi, offrendo al gruppo occasioni per riascoltarle e talvolta modificarle.

Non avrei mai pensato che le ripetizioni potessero essere così utili! Grazie ragazzo!” disse Paolo soddisfatto.

Passarono molte ripetizioni prima che alle orecchie di Julia sopraggiungesse da lontano un rumore familiare di clacson e motori. Lentamente erano arrivati a casa. Per qualche respiro, rivide sé stessa con la divisa da vigile, chiedendosi cosa avrebbe fatto d’ora in poi, con ali di farfalla e guidata dal joistick di un ragazzino di dodici anni. Storse la testa da un lato, proprio come fanno i cani quando si interrogano e attendono curiosi una risposta.

Roberto e Paolo avanzavano nelle gambe di Julia e Tin verso la città. La grande zampa di Argo fu la prima a toccare l’asfalto di Piazza Beccaria e in quel preciso istante i due ragazzi si accorsero di essere in carne ed ossa al fianco dei due Kuomi e dei loro cani, distinti e diversi.

Qualcosa era cambiato in città. Tra le persone che percorrevano i viali alcune avevano la coda e molti cani trotterellavano sciolti sorridendo con la lingua di fuori..

Figo avere la coda! Come si fa?” chiese Roberto a Julia.

Trova il tuo cane e prenditene cura!” rispose Julia.

Nello stesso momento, dall’altra parte del mondo, una ragazza abbracciata a Ernesto atterrò in Surf sopra ad un grattacielo. Poco lontano da lì, un bambino scalpitante uscì di casa tenendo la mano di una signora vestita di bianco e con lunghi capelli neri. Si chiamava Nik e non aveva mai mangiato churros bagnati dalla neve lasciata cadere dalla coda di un cane in una torrida giornata di sole.

X

Quando Julia rientrò a casa quella notte, Ernesto non c’era. Si divertì a volare gli scalini con le sue nuove ali di farfalla. Argo la seguì sorridendo. Erano entrambi felici di tornare nella loro tana. Passando davanti al portone di Ida, sentirono il miagolio di Elliot e l’abbaio di Cecio, che li avevano riconosciuti e li salutavano. Quando fu entrata ed ebbe acceso la luce, Julia vide davanti a sé una stanza diversa. La disposizione dei mobili era cambiata, il divano non era più davanti alla televisione, le sedie avevano cambiato colore e il tavolo da pranzo in noce e marmo che le aveva dato sua madre aveva lasciato il posto ad un tavolo di vetro trasparente. Julia non si stupì, limitandosi a chiedersi se fossero stati gli oggetti a trasformarsi, o fossero gli occhi di Kuomo che le facevano percepire una realtà diversa. Argo saltò sul divano, muovendo intorno lo sguardo per seguire i passi di Julia, che si avvicinò allo schermo per guardarvi oltre. Il buco era sparito. Avvertì per un attimo un senso di vuoto. Allungò una mano per tastare la parete che magari si sarebbe potuta aprire. Ma non accadde. Si affacciò alla finestra e vide un uomo che accarezzava un cane in mezzo alla strada. Una macchina si fermò e spense il motore. Scese un signore anziano, il cane scodinzolò e i due uomini iniziarono a parlare. Sopraggiunse un’altra macchina. Si fermò dietro la precedente. Scese una donna seguita da un cane che alzò la gamba e fece la pipì. Scambiò qualche parola con i due uomini, l’anziano le dette un paio di chiavi. La donna poi rientrò in macchina e accostò da un lato. Scese e montò sulla macchina dell’anziano. Parcheggiò su un lato della strada anche la sua macchina. Scese. Ritornò vicino al gruppetto in mezzo alla carreggiata. Offrì una sigaretta ai due uomini e cominciarono a conversare. Un SUV si avvicinò al gruppetto. Rallentò e si fermò. Un signore distinto si affacciò al finestrino e si rivolse con gentilezza ai tre fumatori:

Mi piacerebbe parlare con voi, ma il dottore mi aspetta. Potrei passare per favore?” I tre lo salutarono e si fecero da parte. Julia vide il braccio dell’uomo dondolare attraverso il finestrino in segno di saluto mentre il SUV si allontanava. Pensò a Gianni. La scena a cui aveva assistito era un segno che i vigili urbani non sarebbero stati più necessari?

XI

Julia richiuse la finestra. Cominciava a piovere. Voltandosi, vide che Argo aveva lasciato il suo posto sul divano e stava annusando insistentemente con la testa infilata sotto la credenza.

Il buco!” pensò Julia “forse è riapparso sotto la credenza!” e si distese a terra accanto ad Argo, infilando lo sguardo sotto il mobile. Spalancò gli occhi per lo stupore. Il buco non c’era, m in un angolo, a ridosso del muro, giaceva un uovo bianco grande al’incirca quanto un pacco di pasta da mezzo chilo. Il telefono squillò, ma Julia non si mosse, rapita dalla visione del misterioso uovo.

Argo continuava ad annusare, il telefono riprese a squillare.

Julia osservava l’uovo e pensava. Il telefono squillava, Argo annusava. Julia si alzò in piedi e con tutta la forza che aveva nelle braccia cominciò a tirare la credenza verso di sé. Non voleva spostare l’uovo. Argo indietreggiava sospinto dall’avanzare della credenza che rigava il pavimento. Julia si fermò un attimo per respirare. L’uovo era quasi tutto fuori dal mobile, ma ci voleva più spazio. Tenendo lo sguardo fermo su Argo perché non si avvicinasse all’uovo, continuò a tirare la credenza verso di sé, finchè tra l’uovo e la credenza si fu creata una distanza di circa mezzo metro. Argo scodinzolò con leggerezza guardando l’uovo. Guardò Julia negli occhi e scodinzolò di nuovo leggero. Julia ricambiò il sorriso. Poi si inginocchiò davanti all’uovo e, assumendo la posizione fetale, lo circondò con il suo corpo. Argo le si acciambellò sulle gambe ripiegate. Stavano covando. Julia non sapeva che tipo di uovo fosse, né come fosse capitato in casa sua. Era lì. Julia sentiva il calore del proprio corpo trasmettersi all’uovo e percepiva ogni singolo punto di contatto con la sua superficie morbida. Percepiva le sue ginocchia piegate e i suoi stinchi che sostenevano il caldo corpo peloso di Argo. Muoveva le dita dei piedi,strusciando la pianta di uno sul dorso dell’altro, come per produrre ulteriore calore. Sentiva il suo respiro lento e cadenzato, sentiva la sua pancia che ritmicamente si sollevava premendo sull’uovo e si ritirava lasciando espirare lentamente aria calda. Piccole lucciole si materializzarono dalle ali azzurre e circondarono il trio.

XII

Quando Julia rispose al telefono, erano passati molti squilli, molti soli e molte lune. Le ali erano scomparse da tempo e l’orologio segnava mezzogiorno.

Pronto?”

Pronto, Julia? È da un po’ che ti cerchiamo qui in sede. La questione è che sono in corso alcuni cambiamenti ed è necessario ridistribuire le mansioni. Senza urgenza, naturalmente. Quando potresti passare da noi?”

Oh capisco. Potrei essere lì anche tra due ore se per voi va bene. Giusto il tempo per prepararmi”.

Ok va bene, ti aspettiamo. A dopo.”

Si mise gli sciantilli e il giubbotto impermeabile. L’orologio segnava mezzogiorno e venti. Chiamò Argo, che le si avvicinò con una corsetta trotterellante e uno sventolio di coda. Lo accarezzò sulla testa e gli dette un bacio.

Un lampo illuminò la stanza dietro di loro mentre uscivano sul pianerottolo. Ida doveva essere uscita con il cane perché non ci furono abbai quando Julia passò davanti alla sua porta e un tuono attraversò la tromba delle scale. Una folata di vento fece muovere i peli di Argo e i riccioli ribelli di Julia, che si guardò alle spalle pensando all’alito. L’alito di uno spiffero. Si vedeva che Ernesto mancava da molto tempo, il condominio aveva bisogno di un po’ di manutenzione. Sopra il tavolo della portineria l’orologio segnava mezzogiorno e trenta. Aveva impiegato dieci minuti a scendere le scale. Guardò Argo negli occhi sapendo che per lui quell’oggetto rotondo con le lancette e i numeri non significava niente. Era come se lui fosse ancora nel Tunnel, dove il tempo non aveva misura. Lui era sempre stato nel Tunnel. E fin dal loro primo incontro aveva cercato di condurvi anche lei, che adesso vi conduceva l’orologio, quell’orologio, quello di casa sua, quelli di tutto il mondo.

Si coprì la testa con il cappuccio e spalancò il portone. La pioggia le bagnò i piedi e le schizzò il viso. Si avviarono controvento con le gocce che sferzavano i loro corpi. La strada era piena di gente, nonostante il tempo. Arrivarono fino all’incrocio in fondo alla via dove abitavano e Julia si accorse che il semaforo era stato sostituto da una rotonda. Il traffico scorreva. Si fermò sulle strisce pedonali e non ebbe bisogno di alzare la mano per chiedere di farla passare. La prima macchina si fermò spontaneamente. Julia assaporò passo dopo passo la leggerezza di attraversare le strisce senza bisogno di conquiste, di palette e di divise. Al posto del semaforo successivo era stata di nuovo realizzata una rotonda e così fin dove il suo sguardo riuscì a scrutare il lungo viale. Le sue orecchie non percepivano rumori di frenate brusche né di clacson. Tutto sembrava autoregolarsi. Mentre procedeva sul marciapiede al fianco di Argo, un camion rallentò per far passare un SUV e un SUV si fece sorpassare da una bicicletta. Un ragazzo a piedi superò un ciclista, che rallentò per salutarlo. Un minuscolo cane grigio sorpassò entrambi e attraversò le strisce pedonali poco più avanti, seguito dallo sguardo di un’elegante signora a bordo di una station wagon che si era fermata per farlo passare e proteggerlo con il suo potere. Dietro di lei un uomo dalle spalle larghe strombazzava e imprecava nel suo furgone. Le Talpe c’erano ancora, ma forse la loro falsa forza si stava rivelando.

Nessuno in strada pose attenzione al grande uomo del furgone, che sparì poco dopo avvolto dal fumo della sua sgassata rabbiosa.

Quasi tutti camminavano con cani al guinzaglio, e molti cani si affacciavano dai finestrini dei veicoli. La strada era piena di sorrisi bagnati dalla pioggia. L’ossitocina sembrava avere un odore. Argo lo aveva sempre sentito. Julia lo annusava ora e lo inspirava profondamente.

Una nuova e più autentica forza si era rivelata in quelle persone.

XIII

Quando Julia si presentò in ufficio, le fu detto che una parte del personale stava cambiando mansione. Pareva che le rotonde da sole potessero funzionare benissimo. C’era invece bisogno di accudire i cani che ancora non avevano trovato il loro compagno umano. Sarebbero stati adibiti appositi spazi in svariati punti della città e i vigili se ne sarebbero occupati. Mentre le parlavano, Julia scorse Francesco al di là di una vetrata, che scriveva serio davanti ad uno schermo. Fece due passi indietro per poter guardare meglio. Vide Fatima danzare nello schermo di Francesco, circondata da una decina di chihuaua. Chissà se Francesco avrebbe iniziato a giocare.

Per rientrare a casa, Julia decise di prendere l’autobus. C’erano molti cani a bordo, i passeggeri li accarezzavano conversando. L’odore di ossitocina pervadeva tutto. Una coppia di anziani sfiorò Argo con mani di carta velina. Un bambino lasciò la mano della sua mamma e si inginocchiò di fronte ad Argo, toccandogli il naso.

Lo accarezzò per un bel po’, poi estrasse il cellulare e mostrò a Julia la foto di un pastore tedesco.

Guarda, è il mio cane. Si chiama Zeus” disse.

È veramente un bel cane, complimenti!” rispose Julia.

Ha dei denti grandissimi, è molto forte!”aggiunse il bambino.

Come ti chiami?” chiese Julia.

Pablo”

Allora Pablo, voglio dirti una cosa. Anch’io pensavo che Argo, il mio cane, fosse molto forte, ed io fragile rispetto a lui. Ma vedi, il tuo cane ha bisogno della tua cura. Devi proteggerlo, anche se ti sembra strano. Ho letto la storia di un bambino che aveva una rosa e confidò ad un amico di sentirsi responsabile del suo fiore, così debole e ingenuo. Aveva solo quattro spine da niente per proteggersi dal mondo. Il tuo pastore, Pablo, ha solamente quarantadue denti aguzzi per proteggersi dal mondo. Pochissimi”.

E quanti denti ci vogliono per proteggersi dal mondo?” chiese il bambino.

Quelli di tutti, dritti, storti e cariati che siano” rispose Julia.

Il bambino tornò dalla mamma.

Mamma, sai che per difenderci dal mondo ci servono anche i tuoi denti, e quelli del babbo, e quelli della maestra Margherita e della maestra Ornella, e quelli di Giulio e della sua mamma e del suo babbo e quelli della dottoressa e della fornaia. Lo squalo, mamma, ci aiuterebbe tanto, vero, a difenderci dal mondo?”

Quando Julia rientrò a casa, il serpentello era davanti alla porta.

L’uovo si era schiuso il giorno prima.

XIV

Quella sera il cielo era stellato.

Affacciata alla finestra, Julia iniziò a contare le stelle e a dargli un nome: Orlando, Elisa, Settimo, Maia, Ernesto, Gianni, Antonio, Mary, Fatima, Edward, Alì, Buio, Carcarodonto, Brina, Spike, Rocco, Paco, Nur, Devil, Tano. C’erano poi le costellazioni: i ragazzini comparsi nel Tunnel, i suoi colleghi vigili che condividevano cappuccino e brioche con pedoni e automobilisti mentre questi si fermavano a coccolare i cani dei quali si prendevano cura. Tutti facevano qualche carezza e ripartivano sorridenti verso le loro destinazioni nello spazio. Gianni sarebbe tornato presto. E sarebbe restato.

L’aria che entrava era piacevolmente fresca. Era l’alito dell’infinito. Il cuore di Julia pulsava silenzioso seguendone il ritmo. Argo le si distese davanti e poggiò la testa sui suoi piedi.

Tra le stelle Julia individuò Saturno, luminosissimo. Lo nominò “Mamma”. Era un pianeta e si illuminava per luce riflessa. Lui era scuro, ma le stelle intorno gli davano la loro luce.

Senza la madre che ho avuto, non sarei stata io. Non avrei sofferto, o lo avrei fatto in maniera minore o diversa. Senza la nebbia che ha portato in me, non avrei avuto bisogno di accendere i fari per guardarci attraverso, non avrei avuto bisogno di cercare aiuto, non avrei potuto cambiare e vedere cambiare. Mi ha dato la vita. Dovevo solo impedirle di darmi la morte e trovarle un senso, la luce che ora vedo”.

Il piccolo serpente attraversò il davanzale.

Julia sorrise seguendolo con lo sguardo.

Io ho covato. E questa volta non ho fallito, mamma. L’uovo si è schiuso”.

Tornò a guardare le stelle attraverso la finestra che sembrava dilatarsi per abbracciarle tutte. Aveva dimenticato di nominarne una e lo fece. La chiamò Panico e la vide strizzarle l’occhiolino.

Abbassò di nuovo lo sguardo.

Ai suoi piedi, a sorreggere la volta celeste, c’era Argo, che scodinzolò leggero prima di appisolarsi.

Era notte fonda, ma poteva essere un’alba annunciata da tanti soli.

 

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